LA DIFFICILE VITA DELLE SCIMMIE NEL MEDIOEVO

A giudicare da molti codici miniati, le cui illustrazioni sono popolate da scimmie e scimmiette intente in ogni genere di attività, si potrebbe pensare che l’Europa medievale fosse invasa dai primati. E in parte è proprio così.

L’immagine della scimmia nell’arte medievale è così frequente non solo perché esprimeva precise valenze simboliche, ma anche perché era un animale molto diffuso nelle corti, nei palazzi e talvolta anche nei chiostri delle chiese. Ne parla lo storico Thierry Buquet nell’articolo Preventing ‘Monkey Business’. Fettered Apes in the Middle Ages, che spiega come l’iconografia della scimmia in catene che ritroviamo nelle miniature e nei dipinti dell’epoca riflettesse la condizione di questi animali in cattività.

La pratica di tenere le scimmie in casa come animali domestici è conosciuta fin dall’antichità e, nel corso del Medioevo, è documentata a partire dall’XI secolo. La prima testimonianza si trova in Pier Damiani, stando al quale il conte Guglielmo, in Liguria, possedeva una scimmia chiamata “Maimo”. L’animale era così intimo con la moglie del conte, che si sospettava avesse rapporti con lei. Guillaume le Clerc nel suo “Bestiario divino” spiega che i signori di alto rango nutrono un grande affetto per le scimmie, anche se questo animale è sgradevole e brutto. In un sermone attribuito a Ugo di San Vittore (XII secolo) si dice che “anche se la scimmia è il più vile, sporco e detestabile animale, i chierici amano tenerli in casa e farli vedere dalle finestre, in modo da impressionare la gente che passa con la gloria dei loro beni”. E se è noto che re, nobili e religiosi erano soliti tenerle a corte come animali da compagnia e come segno di ricchezza, è sorprendente scoprire che nel XIII secolo le scimmie popolavano persino il chiostro della cattedrale di Notre-Dame, a Parigi.

Sia i testi che le raffigurazioni medievali ci mostrano che spesso le scimmie vivevano piuttosto liberamente in case e castelli, anche se questo era all’origine di veri e propri disastri. Di questo ne parla persino Petrarca, molto critico sul possesso di animali esotici: secondo il poeta le scimmie sono brutti animali e per via della loro natura creano scompiglio in casa distruggendo tutto ciò che trovano. Alessandro di Neckam racconta che una scimmia, dopo essere entrata in casa sua attraverso una finestra aperta, aveva fatto a pezzi e distrutto delle pelli usando un un coltello rubato da un ciabattino. Secondo un’altra testimonianza, alla corte del duca di Borgogna nel 1288 una scimmia distrusse dei preziosi documenti di un antenato risalenti all’inizio del XII secolo.

Proprio per evitare che le scimmie si rendessero responsabili di simili disastri, invece che chiuderle all’interno di gabbie si diffuse ovunque la consuetudine di tenerle al guinzaglio o legate a catene fissate a un muro. In alternativa, i proprietari facevano ricorso a pesanti blocchi di legno o a grandi ciotole, di cui si parla anche nei resoconti di Jean de Berry: nel 1376 Jehan d’Estampes fu incaricato di realizzare una ciotola rotonda di legno dotata di catena di ferro a cui legare la scimmia del duca. Anche la scimmietta della regina Isabella di Baviera era incatenata a una ciotola di legno.

In sostanza, le scimmie addomesticate facevano parte della vita di corte, e vederle in catene o legate a una ciotola era considerato normale come lo è per noi vedere un cane al guinzaglio. L’immagine della scimmia incatenata, “fotografia” della quotidianità, era congeniale all’artista per alludere a significati simbolici: il blocco di legno diventava allusione al vizio e ai piaceri terreni che incatenano l’uomo impedendogli di essere veramente libero.

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