IL 15 GIUGNO 1397 NASCEVA PAOLO UCCELLO: ECCO LA TOP 10 DEI SUOI CAPOLAVORI

Un artista ossessionato dalla ricerca prospettica al punto che Vasari gli attribuisce la celebre frase “Che dolce cosa è questa prospettiva” (rivolta alla moglie che lo chiamava a dormire). Non c’è dubbio che Paolo Uccello, nato a Firenze il 15 giugno 1397, abbia portato alle estreme conseguenze la lezione di Masaccio, piegandone però il razionalismo in nome di una più astratta perfezione geometrizzante. Oggi le sue opere ci conquistano per le prodezze illusionistiche e le atmosfere fiabesche, ma i suoi contemporanei non lo apprezzarono: Paolo Uccello morì nel 1475 dimenticato e in miseria.
Ripercorriamo i suoi dieci capolavori.

10. Orologio di Santa Maria del Fiore (Firenze)
Il Duomo di Firenze raccoglie ben tre lavori di Paolo, uno dei quali è la decorazione ad affresco dell’orologio liturgico della controfacciata (interessante anche per il moto antiorario della lancetta). Quattro teste (evangelisti? profeti?) spuntano dagli angoli dell’orologio con aria accigliata e un po’ sgomenta. La durezza e l’espressività dei volti ricordano Donatello, ma l’attenzione per lo sfondamento prospettico (vedi le barbe 3D) è tipica di Paolo.

9. Resurrezione, vetrata (Firenze, Santa Maria del Fiore)
Sono passati circa sette anni dal completamento della cupola del Brunelleschi, e occorre pensare alle vetrate per le finestre circolari del tamburo. Anche stavolta viene coinvolto Paolo Uccello, che realizza i cartoni per tre delle otto vetrate tonde. Un’opera per cui l’artista viene pagato con ben 40 lire, un compenso non esiguo se rapportato alle 64 lire ricevute per il Monumento a Giovanni Acuto, sempre nel Duomo.

8. Predella dell’ostia profanata (Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)
Dipinta da un Paolo Uccello già anziano, la predella rappresenta le storie del Miracolo dell’Ostia profanata. Con le sue scatole prospettiche e i personaggi che paiono figurini bidimensionali, l’opera è un suggestivo racconto che di realistico ha ben poco. Come ebbe a dire Carlo Giulio Argan: “Paolo costruisce lo spazio secondo la prospettiva, il fatto storico secondo la struttura dello spazio: se l’immagine risulta innaturale e inverosimile, tanto peggio per la natura e per la storia”.

7. Tebaide (Firenze, Galleria dell’Accademia)
Queste scene di vita eremitica sono ambientate in un brullo paesaggio roccioso, la cui costruzione denota ancora il legame con la tradizione tardogotica. Una certa incoerenza spaziale – che non si cura di rendere ben riconoscibili gli episodi e i santi – contribuisce a rafforzare l’atmosfera irreale e quasi magica del dipinto.

6. Studi della prospettiva (Firenze, Uffizi)
Per il Vasari erano solo “ghiribizzi” senza senso e costrutto. Oggi gli studi prospettici di Paolo (come questo Calice, i celebri mazzocchi o la Sfera a settantadue facce e punte) ci affascinano per l’ossessiva ricerca di modelli ideali, di un mondo rarefatto delle forme perfette.

5. Monumento equestre a Giovanni Acuto (Firenze, Santa Maria del Fiore)
Ovvero come violare la prospettiva in nome della monumentalità. Paolo Uccello abolisce il punto di vista unico e giustappone due fuochi visivi: il condottiero a cavallo è mostrato frontalmente, mentre il sarcofago su cui poggia è visto dal basso.

4. Storie di Noè (Firenze, Santa Maria Novella)
Come rappresentare due episodi diversi (il Diluvio e la Recessione delle acque) nello stesso spazio, una lunetta del chiostro di Santa Maria Novella? Adottando due punti di fuga diversi: anche se le scene si mischiano, la separazione dei temi è garantita dalle due divergenti costruzioni prospettiche.

3. Battaglia di San Romano (Firenze, Uffizi)
La fissità attonita dell’evento mostrato come un fermo-immagine e la visione del mondo che la sottende è ben colta da Ennio Flaiano nella sua intervista immaginaria a Paolo Uccello, che descrive il proprio dipinto con queste parole: “Vista dall’alto, una battaglia può sembrare una festa campestre. […] I cavalli e i cavalieri di San Romano sono parati per la festa della loro tragedia, impassibili. […] La conoscenza della prospettiva mi è servita per dominarla, e rendere assurdi, fuori posto, come in un sogno o in un turbine, i particolari.”

2. San Giorgio e il drago (Londra, National Gallery)
Le due tavole raffiguranti San Giorgio e il drago trasfigurano l’episodio drammatico in una favola di corte, astratta dal tempo e dallo spazio. L’atmosfera irreale e fantastica è sottolineata dallo scorcio del cavallo e dall’imperturbabile compostezza della pincipessa Silene, elegantissima quasi annoiata dall’episodio.

1. Caccia notturna (Oxford, Ashmolean Museum)
Lo storico dell’arte britannico John Pope-Hennessy lo ha definito il quadro più romantico del Quattrocento italiano. Innaturale e onirico, il dipinto – che originariamente costituiva il fronte di un cassone – è anche controllatissimo, nell’apparente dispersività, per la convergenza dinamica di uomini, cani e cavalli verso il cervo braccato. In mancanza di architetture e linee prospettiche, Paolo geometrizza l’ambiente naturale disponendo i quattro alberi in primo piano a distanza regolare, come colonne di un tempio classico.

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