E FINALMENTE ARRIVA LEI

Beatrice fa la sua comparsa. E per illustrare la seconda parte del canto – i cui versi sono tra i più difficili da interpretare di tutto il poema – il miniatore ha fatto miracoli.

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Testo tratto da Milvia Bollati (a cura di), La Divina Commedia di Alfonso d’Aragona, Franco Cosimo Panini Editore.

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Nella seconda miniatura del Paradiso vediamo – per la prima volta nella Divina Commedia di Alfonso d’Aragona – la figura di BeatriceQuando Dante la vede fissare il sole, a sua volta rivolge gli occhi verso la sfera celeste e riesce a sopportarne l’intensità luminosa per un certo tempo. Guardando poi la sua donna, il poeta si rende conto di valicare gli angusti confini della natura umana.

Per esprimere questa sensazione Dante ricorre a un’immagine mitologica desunta dalle Metamorfosi di Ovidio: “Nel suo aspetto [nel fissarla] tal dentro mi fei [divenni interiormente], / qual si fé Glauco nel gustar de l’erba / che ’l fé consorto in mar de li altri dèi”. Il pescatore Glauco, avendo osservato che i pesci da lui catturati riprendevano forza e vitalità se mangiavano una particolare erba, ne gustò e si sentì trasformare all’interno: così si tuffò nelle acque e divenne una divinità marina.

Per questo sulla sinistra del riquadro si vede un pescatore, ormai mutato parzialmente in pesce, e alcuni pesci appoggiati su un prato (uno di essi in particolare, nutritosi dell’erba portentosa, ritorna in acqua). Tre divinità marine, Proteo, Tritone e Melicerta, lo accolgono tra i numi.

Al di sopra di questa scena il miniatore raffigura, in un globo celeste, il sole raggiante, al centro di tre cerchi concentrici e circondato da tre croci brillanti. In questo modo intende rendere le complesse terzine astronomiche in cui il poeta definisce il momento d’inizio del suo viaggio nel Paradiso: “Surge ai mortali per diverse foci / la lucerna del mondo [il sole sorge per gli uomini da diversi punti dell’orizzonte]; ma di quella / che quattro cerchi giugne con tre croci [da quel punto dell’orizzonte dove quattro cerchi, l’equatore, l’eclittica, il coluro equinoziale e l’orizzonte, si incontrano a formare tre croci], / con miglior corso e con migliore stella / esce congiunta [esce congiunto con una costellazione più propizia, l’Ariete, e nel miglior periodo dell’anno, la primavera]”.

Questi versi, che hanno creato serie difficoltà esegetiche a commentatori antichi e moderni, stanno a indicare che il poeta cominciò il suo viaggio nel Paradiso nel giorno dell’equinozio di primavera. Il miniatore, prescindendo dall’ardua difficoltà astronomica del passo, preferisce ricorrere a un’immagine più concreta, anche se non perfettamente aderente al dettato dantesco.

Sulla destra sono rappresentati sospesi in cielo Beatrice e Dante, che rivolge gli occhi verso i nove cerchi concentrici che simboleggiano lo schema del Paradiso: al centro la figura alata è Amore: così infatti è chiamato Dio al v. 74.

Tutta la parte inferiore del riquadro, a parte l’episodio di Glauco, è occupata da un mare abitato non soltanto da pesci, ma anche da volatili e animali terrestri: per di più al centro, toccati da raggi luminosi che provengono dalla rappresentazione del Paradiso, si trovano una figura maschile e una femminile. Così sono visualizzate le parole che Beatrice, per rispondere a un dubbio di Dante, dedica a presentare l’armonico ordinamento del creato: “onde [tutte le nature] si muovono a diversi porti [verso fini diversi] / per lo gran mar de l’essere”. Con quest’ultima, potente immagine, il poeta vuole esprimere la grandiosità dell’universo, e con quella distesa marina, abitata da innumerevoli creature, il miniatore tratteggia “lo gran mar dell’essere”.

Divina Commedia, Dante, Beatrice

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