BENVENUTI IN PARADISO

Atmosfere fiabesche, azzurri infiniti, simbolismi arcani. Benvenuti nel Paradiso di Dante, così come lo immaginò il visionario miniatore Giovanni di Paolo.

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Testo tratto da Milvia Bollati (a cura di), La Divina Commedia di Alfonso d’Aragona, Franco Cosimo Panini Editore.

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Dopo aver esplorato i più orribili recessi infernali e scalato il monte “che salendo altrui dismala”, Dante può finalmente iniziare a godersi la parte piacevole del viaggio. Grazie alle sessantadue spettacolari miniature del Paradiso contenute nella Divina Commedia di Alfonso d’Aragona, seguiremo il suo volo – di Cielo in Cielo – in cerca di curiosità e sorprese iconografiche, negli azzurri infiniti dipinti dal miniatore Giovanni di Paolo.

Nel primo canto del Paradiso Dante invoca Apollo: proprio i versi in cui si sviluppa la richiesta di aiuto rivolta al dio sono raffigurati nella scena che occupa il margine inferiore del foglio: “O buono Appollo, a l’ultimo lavoro / fammi del tuo valor sì fatto vaso, / come dimandi a dar l’amato alloro”.

Sulla sinistra si scorge il poeta di fronte ad Apollo, che indossa una lucente armatura e gli porge due corone d’alloro: alle spalle si erge l’albero a lui caro, l’alloro appunto, in cui fu trasformata la ninfa Dafne, amata dal dio.

Apollo schiaccia con il piede destro una cornacchia, in riferimento al mito ovidiano del corvo bianco trasformato in nero uccello dal dio per punizione. Il rilievo montuoso alle spalle di Apollo è il Parnaso, con una doppia vetta, sopra la quale si trovano le nove Muse, sospese su una nube.

La parte destra della miniatura fa invece riferimento alla seguente terzina: “Entra nel petto mio, e spira tue [tu] / sì come quando Marsïa traesti / de la vagina [involucro] de le membra sue”. Il satiro Marsia, “sonatore di strumenti di fiato”, come racconta Ovidio nel sesto libro delle Metamorfosi, ebbe la presunzione di sfidare Apollo in una tenzone musicale: sconfitto dal dio, fu scorticato vivo.

Proprio il satiro, disteso a terra nel momento di essere punito, come denuncia la ferita sanguinante che attraversa il torace, compare nel riquadro, mentre più a destra lo stesso Marsia, privo della pelle e rosso di sangue, è raffigurato in piedi nell’atto di suonare un flauto: così il miniatore ha voluto rappresentare nel contempo il momento della gara e la pena per l’audacia del gesto.


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