IL SOGNO DI DANTE (MAI FIDARSI DELLE APPARENZE)

Nella cornice degli accidiosi, Dante si addormenta e comincia a sognare: una donna ripugnante si fa graziosa e induce il poeta in tentazione.

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La raffigurazione della quarta cornice, in cui si purga la colpa dell’accidia, si apre con il colloquio di Dante con l’abate di San Zeno e con una seconda anima che resta anonima e in atteggiamento di contrita penitenza. Si tratta per il miniatore di un esordio fortemente interpretativo – diciamo così – giacché nel poema i due giungono di corsa e non si arrestano a parlare con Dante, (l’abate rivolge a Virgilio solo poche parole).

Passate le prime due anime, il poeta latino richiama il discepolo a prestare attenzione ad altre due, entrambe non identificate, che giungono gridando esempi di accidia punita e che il miniatore raffigura con maggiore dinamicità in atto di corsa.

Allontanatesi anche queste, Dante si addormenta e comincia a sognare. Al sogno del poeta è dedicata la seconda parte della raffigurazione: Dante vede venire verso di sé una donna ripugnante che tuttavia, man mano che è da lui ammirata, si trasforma in una bellissima “dolce serena”. Sarà l’intervento fiero di una “donna santa e presta” a richiamare Virgilio che, strappandole le vesti, rivelerà al poeta la vera essenza della donna da lui vista, scongiurando così la tentazione.

Il miniatore si diverte a illustrare con notevole precisione le sembianze ripugnanti della donna: una “femmina balba, / ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, / con le man monche, e di color scialba”. Omesso il ruolo assunto nell’episodio da Virgilio, la cui figura non è affatto rappresentata, nel margine estremo è invece miniata la “donna santa e presta”, il cui atteggiamento sdegnoso è evidenziato dalle braccia incrociate sul petto.

Chi sia questa donna è questione variamente dibattuta; andrà tuttavia osservato che il suo abito porporino stabilisce un’analogia con le visualizzazioni di Beatrice presenti nel codice. In questo modo anche la vergogna espressa dal gesto di Dante, ingiustificata rispetto all’episodio del sogno, potrebbe invece spiegarsi in relazione con la vergogna provata dal poeta di fronte alla donna amata, “vestita di color di fiamma viva” e in atteggiamento sdegnoso, sulla sommità del monte purgatoriale, permettendo così di avanzare un’ipotesi sull’identità che alla “donna santa e presta” fu attribuita dal miniatore.

Nella parte superiore dell’immagine, come di consueto, l’angelo della sollecitudine cancella  con l’ala una delle P incise sulla fronte del poeta.

Il testo è tratto da Milvia Bollati (a cura di), La Divina Commedia di Alfonso d’Aragona, Franco Cosimo Panini Editore.

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