STAZIO TI PRESENTO VIRGILIO

Andare in Paradiso e incontrare il proprio poeta preferito: cosa chiedere di più?

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Sullo sfondo consueto di rocce e sotto il cielo stellato, Dante incontra gli avari e i prodighi. Il miniatore tuttavia, invertendo la sequenza propria del poema, mostra dapprima il colloquio tra Dante e papa Adriano V, identificato dalla tiara, mentre Virgilio rivolge al poeta un “lieto cenno” d’assenso e rinvia così a un secondo momento la visione delle anime penitenti.

Tuttavia, contrariamente a quanto descritto dal testo, in cui “la gente” giace “a terra tutta volta in giuso” e il poeta, conosciuta l’identità dell’anima, si inginocchia in segno di riverenza, qui papa Adriano è ritto sulle gambe, pur mantenendo la schiena volta “al su”. Tale incongruenza è ancora più evidente al centro dell’immagine, ove Dante, dopo aver sentito lodare esempi di povertà e di liberalità parla con Ugo Capeto, capostipite della dinastia dei re francesi, raffigurato diritto in piedi: per lui, evidentemente, il miniatore dovette immaginare una parziale quanto improbabile sospensione della pena.

La condizione degli avari appare invece meglio raffigurata alle spalle di Ugo: i penitenti giacciono prostrati con il viso rivolto verso terra “immobili e distesi”, con le mani e i piedi “legati e presi” a indicare come l’avarizia li spinse a guardare eccessivamente ai beni terreni.

L’ultima sequenza mostra l’incontro di Dante e Virgilio con il poeta latino Stazio. Questi, segretamente cristiano al tempo dell’imperatore Domiziano, ha ora compiuto il suo percorso di purificazione e si accinge a salire in Paradiso. Di fronte ai due poeti, di cui ignora l’identità, Stazio dichiara la sua riconoscenza verso Virgilio e l’Eneide che gli fu “mamma” e “nutrice”; quindi, informato da Dante circa l’identità della sua guida, si inginocchia ad abbracciare i piedi del maestro latino. È questo il momento colto dal miniatore, che tratteggia anche il gesto con cui Virgilio rialza il suo ammiratore.

Importante nella visualizzazione di Stazio è la presenza della veste, rappresentata anche nelle immagini successive del poeta latino. Essa infatti è impiegata dal miniatore quale tratto distintivo dei poeti, e anzi è il segno di omaggio a loro tributato: di lunghe vesti trapunte d’oro sono rivestiti nel Limbo i quattro poeti antichi della “bella scola”, Omero, Orazio, Ovidio e Lucano; a essi si aggiunge il poeta Sordello da Goito, il cui abito è di colore viola come quello che ora ricopre l’anima di Stazio.

A chiudere la visualizzazione è la figura dell’angelo, che cancella dalla fronte del poeta una delle P incise dall’angelo portiere.

Il testo è tratto da Milvia Bollati (a cura di), La Divina Commedia di Alfonso d’Aragona, Franco Cosimo Panini Editore.

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