I 10 RESTAURI PIÙ FAMOSI (E DISCUSSI) DI SEMPRE

Quarant’anni fa terminavano i lavori di restauri della Pietà di Michelangelo, gravemente danneggiata nel 1972 dalle martellate di un folle. Un intervento che ha restituito al capolavoro michelangiolesco il suo aspetto originario, ma che a suo tempo non fu esente da critiche: alcuni volevano mantenere visibili i segni del restauro, altri non volevano nemmeno ripristinarne le lacune. Il restauro della Pietà fu anche uno dei primi restauri mediatici, i cui sviluppi furono seguiti dal grande pubblico.
Ripercorriamo oggi i 10 restauri di dipinti e sculture di cui si è parlato di più, nel bene o nel male, negli ultimi cinquant’anni.

10
Paolo Veronese, “Cena in Emmaus” (Parigi, Louvre)

Secondo l’associazione ArtWatch, il restauro del 2010 ha stravolto i tratti principali dell’opera, producendo una straniante “modernizzazione” dell’intera composizione rinascimentale. L’esempio più eclatante sarebbe il volto della nobile madre di famiglia, “aggiornato” ai canoni estetici del XXI secolo, con guance e labbra gonfiate.

9
Leonardo, “Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino” (Parigi, Louvre)

Fu lo “scandalo internazionale” (in fatto di restauri) di fine 2011: secondo alcuni studiosi la pulitura eccessiva del dipinto aveva cancellato dai volti e dal paesaggio il celebre “sfumato” leonardesco.

8
Cimabue, affreschi della volta (Assisi, Basilica di San Francesco)

Più che un restauro, una “missione impossibile”: il terremoto del 1997 aveva ridotto in briciole gli affreschi della volta sulla prima campata della Basilica superiore. Ci vollero anni, ma i restauratori riuscirono a ricomporre – frammento dopo frammento – le vele distrutte, ripristinandone la leggibilità. Indispensabili, per la ricostruzione del “mosaico”, le fotografie scattate solo alcune ore prima da Ghigo Roli per la realizzazione del libro La Basilica di San Francesco ad Assisi (Franco Cosimo Panini Editore).

7
Benvenuto Cellini, “Perseo” (Firenze, Loggia dei Lanzi)

Dove collocare il capolavoro in bronzo del Cellini, fresco di restauro? Nel 1999 a Firenze scoppia la polemica: il Comune, proprietario della statua, non vuole che venga ricollocata all’aperto e auspica una soluzione alla “David di Michelangelo”; la Soprintendenza (Antonio Paolucci) impone il ritorno nella Loggia dei Lanzi.

6
Michelangelo, David (Galleria dell’Accademia, Firenze)

Anno 2002: ad Agnese Parronchi, prima incaricata della «spolveratura» del David, viene chiesto di applicare una pulitura leggermente umida, con acqua distillata e carta giapponese. La studiosa risponde che mai e poi mai avrebbe bagnato con qualsiasi liquido l’opera di Michelangelo. Subito dopo viene sostituita. Il partito del “restauro bagnato” trionfa tra le polemiche.

5
Cimabue, “Cristo” (Firenze, Chiesa di Santa Croce)

Divenne il simbolo della tragica alluvione che nel 1966 devastò Firenze. Dal legno medievale inzuppato di umidità si era staccato il 70% della pittura e le gravi lacune impedivano una valida lettura dell’opera: che fare? Le restauratrici Ornella Casazza e Paola Bracco applicarono lievi pennellate di collegamento da una zona superstite all’ altra, ricomponendo la visione d’insieme senza creare un “falso”. Il risultato finale fu un successo.

4
Monumento equestre a Marco Aurelio (Roma, Piazza del Campidoglio)

La statua equestre più famosa del mondo fa impazzire la capitale. Negli anni Novanta, al termine di un lunghissimo restauro, si arriva a ipotizzare un referendum per decidere il destino del monumento: riportarlo al centro della piazza o sostituirlo con una copia? Sappiamo com’è finita, ma la replica non è stata digerita da tutti.

3
Giotto, Cappella degli Scrovegni (Padova)

Un restauro contestato non tanto per l’intervento sugli affreschi giotteschi, quanto per la creazione della cosiddetta “bussola”: da più di dieci anni il box in vetro nato per «decontaminare» i visitatori fa discutere. Lo storico dell’arte americano James Beck fu spietato: «Orribile e inutile. Giotto si rivolterà nella tomba».

2
Leonardo, “Ultima cena” (Milano, Chiesa di Santa Maria delle Grazie)

Un capolavoro rovinato per sempre – un capolavoro salvato in modo quasi miracoloso: il restauro condotto da Pinin Brambilla tra il 1978 e il 1999 ha diviso i critici d’arte. Le accuse andavano dall’averlo ridotto a “un mare di nebbia” a quella, opposta, di essere intervenuti con eccessive integrazioni, mentre per tutti si avanzava il dubbio che con la pulitura si fossero intaccate sostanze originali. Ancora oggi – complice la consacrazione del Cenacolo come “icona pop” – continua a essere oggetto di polemiche anche tra i non addetti ai lavori. Comunque la si pensi, a stravolgere l’opera leonardesca ci avevano già pensato i restauri dei secoli precedenti, che avevano trasformato i capelli di Matteo da biondi a scuri, o le bocche di alcuni apostoli da aperte, in segno di stupore, a chiuse.

1
Michelangelo, Affreschi nella Cappella Sistina (Città del Vaticano)

Quando si tocca l’opera più celebre, grandiosa e complessa del Rinascimento, è impossibile schivare la polemica. Eppure, nessuno avrebbe immaginato una campagna così agguerrita contro un restauro come quello che ha interessato gli affreschi di Michelangelo tra il 1980 e il 1994, sotto la direzione di Gianluigi Colalucci. Le critiche ebbero inizio prima ancora dei lavori (con James Beck in prima linea), si infuocarono negli anni seguenti (con appelli al papa e mobilitazioni di artisti) e proseguirono dopo la fine dei restauri, assumendo toni degni di un necrologio (“Ciò che ora diciamo non potrà riportarli in vita”, Richard Serrin). Tra occhi cancellati, chiaroscuri perduti e colori travisati, gli argomenti dei detrattori furono – e sono – innumerevoli. Insomma, l’esperienza del visitatore che varca oggi la soglia della Cappella Sistina è molto diversa da quella di vent’anni fa. Gli affreschi, liberati dal fumo secolare, splendono di colori proto-manieristi, coerenti con le altre realizzazioni pittoriche di Michelangelo. E, come disse il cardinale Edmund Szoka: “Questo restauro e l’esperienza dei restauratori ci permettono di contemplare i dipinti come se ci fosse stata data la fortuna di essere presenti quando furono mostrati per la prima volta”.

 

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